Blockchain nella filiera agroalimentare

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La blockchain è un registro digitale in cui le informazioni sono divise in blocchi ma sono concatenate in ordine cronologico.

In un normale database è sempre possibile sovrascrivere e (volendo) manomettere i dati, invece con la blockchain le informazioni sono scritte in blocchi chiusi con una chiave criptografica e con una data certa.

Le informazioni racchiuse in questi blocchi inoltre non sono conservate in un unico computer ma sono duplicate in centinaia di server sparsi per il mondo. Questo sistema da un lato permette di conservare i dati in maniera più sicura e dall’altro ogni computer svolge la funzione di “validatore”.

L’idea che sta alla base della blockchain è aumentare la sicurezza e la tracciabilità poiché non è possibile modificare un singolo blocco di informazioni ma inserirne di volta in volta uno nuovo. In questo modo non si perde lo storico dei cambiamenti e si ha una idea chiara della catena di informazioni che si sta consultando.

La tecnologia blockchain è stata utilizzata per la prima volta con la nascita dei Bitcoin ma nel corso degli anni sono stati avviati molti progetti sperimentali in ambiti molto diversi. In Svezia per esempio è ancora in corso una sperimentazione sulla registrazione dei dati catastali.

Filiera e sicurezza alimentare

La blockchain quindi funziona particolarmente bene in tutti quei settori dove il “prodotto”, prima di arrivare al consumatore, attraversa molte fasi di lavorazione. Nella filiera dell’agrifood non è difficile ipotizzare questa sequenza: produttore, primo trasportatore, trasformatore, confezionatore, secondo trasportatore, grossista, terzo trasportatore e mercante al dettaglio.

Se tutti i dati vengono registrati su carta o digitalmente è sufficiente che uno solo degli attori falsifichi un dato, per esempio la temperatura di conservazione, per fornire al consumatore un cibo alterato e potenzialmente dannoso. Inoltre è più difficile individuare chi ha falsificato i dati.

L’utilizzo della blockchain nella filiera agroalimentare garantisce sicurezza e trasparenza perché fornisce un registro immutabile di tutti i passaggi che ha subito un certo prodotto. Questo è un vantaggio per tutti i partecipanti della filiera non solo per i consumatori. Un caso noto è quello di Barilla che ha deciso di usare la blockchain per certificare la provenienza italiana del basilico che utilizza nei propri sughi.

Occorre però distinguere la differenza che passa tra avere i dati autentici registrati nella blockchain e la loro inalterabilità.

Agricoltura 4.0

Per avere il massimo della trasparenza nella filiera agroalimentare infatti servono sensori in grado di raccogliere e di inserire autonomamente i dati nella blockchain.

In aggiunta all’utilizzo di sensori e droni sta prendendo piede la tecnologia AMS (Accelerator Mass Spectrometry) in grado di analizzare gli isotopi per stabilire la provenienza geografica e biologica di diversi prodotti alimentari.

Con l’AMS si possono distinguere gli aromi naturali da quelli artificiali e verificare il paese di origine di latte e olio. In ogni momento sia i clienti che i re-seller alimentari possono fare affidamento su un sistema di certificazione trasparente.

Inoltre i dati possono essere analizzati ed elaborati per ottimizzare i processi produttivi come ridurre l’impatto della CO2 e della quantità di acqua utilizzata per irrigare i campi.

Questo tipo di tecnologia può aiutare alla rinascita di aree produttive in difficoltà. Basti pensare alla “Terra dei fuochi” che ha provocato un danno di immagine ed economico non solo a tutta l’agricoltura campana ma anche alla produzione casearia.

Un percorso di rinascita e valorizzazione territoriale potrebbe sfruttare queste tecnologie per conquistare definitivamente la fiducia dei consumatori.

Carrefour: la prima blockchain alimentare in Europa

Nel 2017 Emmanuel Delerm, specialista di gestione progetti presso Carrefour, dà l’avvio ad un progetto per la sperimentazione della blockchain per tracciare i dati sull’allevamento delle faraone ruspanti d’Auvergne IGP.

Delerm ed il suo team riescono a fornire ai propri consumatori una banca data accessibile e trasparente con tutte le informazioni sull’allevamento: dal nome dell’agricoltore al mangime utilizzato.

Il progetto si è concluso a metà del 2018 ma il successo ha convinto Carrefour a proseguire anche con altri prodotti come le uova e gli agrumi.

La blockchain del Consorzio arance rosse di Sicilia

In Italia il Consorzio arance rosse di Sicilia in collaborazione con Almaviva ha dato inizio al progetto R.O.U.G.E (Red Orange Upgrading Green Economy) nel 2019. Si tratta di un bollino tecnologico che si appone alle cassette di frutta e che permette di tracciare tutta la filiera. In questo modo il consumatore ha la possibilità di conoscere le condizioni e persino le temperature di trasporto delle arance.

Proteggere il Made in Italy

L’utilizzo della blockchain nella filiera agroalimentare non solo è un sistema di controllo e sicurezza alimentare ma aiuta anche gli stessi produttori a tutelarsi da frodi e contraffazioni. Il falso Made in Italy secondo Coldiretti provoca un danno economico pari a 100 miliardi di euro in tutto il mondo.

Nel corso degli anni gli imprenditori hanno sperimentato molte soluzioni: dagli ologrammi alla tecnologia RFID ma la blockchain sembra quella più promettente e applicabile ad altri ambiti. Non è un caso infatti se nel 2019 il volume di affari nei sistemi di monitoraggio e controllo ha raggiunto un valore di 175 milioni di euro. Si è assistito ad un vero e proprio boom della blockchain che ha raddoppiato i suoi numeri arrivando al 43% delle tecnologie più utilizzate.

La prima ricetta blockchain

Tra le sperimentazioni più innovative ed originali della blockchain una si deve allo chef-imprenditore Antonello Colonna.  È sua l’idea di usare per la prima volta questa tecnologia per certificare la ricetta della panzanella. Attraverso un sistema di telecamere e sensori gli utenti possono “controllare” i parametri del pomodoro Torpedino che viene usato nella ricetta senza subire cotture. I clienti che mangiano il piatto possono persino ricevere la certificazione digitale o cartacea.

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